Andrea Cigni

NABUCCO

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Regia: Andrea Cigni
Scene: Emanuele Sinisi
Costumi: Simona Morresi
Luci: Fiammetta Baldiserri

NABUCCO NOTE

C’è un aspetto in Nabucco che mi ha colpito più della sua tradizionale caratteristica di opera di ‘apparato’ e per certi aspetti ‘monumentale’. E’ il senso drammatico, teatrale ed intimo che in realtà questa storia conserva.

Questo percorso sicuramente più affascinante passa attraverso i protagonisti della vicenda e sicuramente in modo molto forte nel legame che esiste tra Abigaille e Nabucco e tra Abigaille e l’Amore. E la psicologia di questi personaggi è un aspetto che nel mio lavoro vorrei sottolineare e portare all’attenzione dello spettatore.

Il conflitto non è semplicemente religioso, non è culturale, non è tra i popoli. Il conflitto è ben più profondo, non è esterno, è ‘dentro’. Tra un dovere, un dover essere e un voler essere. Come se la storia fungesse da pretesto per ‘attaccare’ delle etichette, attraverso i personaggi, ad alcune ‘persone’ e che queste persone fossero nascoste ‘dentro’ ai ruoli imposti. Il re, la regina, il guerriero, il sacerdote… Il padre, la figlia illegittima, l’amante, il saggio… Preferisco vedere così i personaggi di quest’opera, come persone. Per il messaggio teatrale che ci offrono e che portano e non per l’apparato che si pensa possano rappresentare.

E allora come nelle stanze della memoria, come in un agone drammatico, si muovono questi personaggi dentro a quattro pareti. Pareti che ci narrano di una cultura oppressa e prevaricata e messa in pericolo, ma che servono, annullandosi, al ‘luogo teatrale’ necessario alla narrazione del dramma, dei ‘drammi’.

Innanzitutto non c’è mai la garanzia che lo spazio, pur essendo fisso, sia sempre quello, ma che riveli, nasconda, si modifichi, nel corso della musica e delle azioni; che dentro a questo spazio la luce racconti le sensazioni dei personaggi e descriva i luoghi evocandone il valore e non descrivendone in modo didascalico la presenza. C’è una inquietudine in Nabucco, che si traduce sicuramente nella pagina più famosa del suo coro nel terzo atto e questa inquietudine deve essere narrata e deve essere mostrata.

Pochi simbolici elementi caratterizzano e suggeriscono gli ambienti. Sono elementi funzionali, cioè che funzionano e che fungono al racconto teatrale, oggetti che acquistano un valore e che vedono negato questo valore all’interno della vicenda stessa. Il cavallo superstite di Nabucco (cimelio di chissà quale cultura devastata) diventa il dio da venerare grazie ad alcuni elementi che lo trasformano. Elementi che verranno distrutti al finale dell’opera. Il trono blu, che è la città di Babilonia, sulla quale Abigaille vuole imporre il proprio potere per vendicarsi di un amore non corrisposto ed il senso di vuoto. Il vuoto che si fa oggetto significante per dirci che spesso è la solitudine di questi personaggi che Verdi voleva rappresentare. Specie dei due protagonisti principali, accomunati da una follia neanche troppo celata.

Non m’interessava in questo lavoro riproporre forme e referenti filologici documentari, piuttosto mi interessa raccontare le storie che si intrecciano in quest’opera, seguendo uno sviluppo multipolare e nel raccontare ho bisogno di far sì che anche lo spettatore venga chiamato in causa, attraverso un esercizio di conferimento di senso ad un lavoro di evocazione, suggestione e interpretazione.

 

LA SCENA

Si compone apparentemente di una grande sala racchiusa dal ‘muro del pianto’ di Gerusalemme. Questo luogo simbolico è costantemente aggredito da un’altra cultura, quella babilonese che si inserisce con alcuni elementi dentro a questo spazio, di fatto trasformandolo.

La fissità apparente della scena è resa in realtà mutevole grazie alle pareti suddivise in quattro settori scorrevoli, percorsi da tagli attraverso cui filtra la luce.

Come in un gioco di scatole con doppio fondo la scena si divide in ulteriori due spazi, uno avanti e uno dietro alla ghigliottina centrale. Questo ci permette di restringere, abbassare, chiudere, o sfondare uno spazio nel senso della profondità e di effettuare cambi scena per l’arrivo di masse ed elementi di attrezzeria.

La regolarità della stanza si rompe con la sua stessa irregolarità, con gli angoli che rivelano altri luoghi e lasciano filtrare altre luci rispetto alla dominante.

Sul fondo il muro si apre a rivelare un pvc retroilluminato, che manderà in silhouette i personaggi o ce li restituirà prepotentemente al positivo quando necessario (arrivo di Nabucco e Coro e Profezia ad esempio).

Questo agone può ridursi in capacità seguendo comunque la fuga della prospettiva per restituire il senso di claustrofobia e di oppressione cui spesso i personaggi sono sottoposti (Ben io t’invenni… e scena di Nabucco atto terzo).

Alla fine i pochi elementi presenti in scena rappresenteranno il cavallo di Nabucco che sarà anche divinità con alcuni elementi aggiunti, il trono/città e un sudario. A terra poca sabbia che in alcuni momenti, come dell’acqua, cadrà dal soffitto (idoli infranti), insieme agli elementi che compongono il cavallo di Nabucco.